Nonostante il cloud sia una realtà consolidata da molti anni, persiste ancora un po’ di incertezza sul rapporto tra infrastrutture on-premise e modelli cloud. Chiarire questa relazione è però fondamentale, poiché il CED aziendale continua a rappresentare, in molte organizzazioni, il cuore pulsante dell’operatività IT e dei processi critici.
La convinzione di dover “scegliere” tra CED aziendale e cloud nasce dal modo in cui quest’ultimo si è affermato nel tempo. Spinto inizialmente dai grandi provider globali, il cloud è stato infatti proposto come alternativa ai costi infrastrutturali e alla complessità operativa che per anni hanno caratterizzato l’IT tradizionale.
Circa vent’anni fa, il modello dominante era on-premise, basato su un CED aziendale (Centro Elaborazione Dati) presente all’interno delle organizzazioni - anche di piccole dimensioni - e percepito prevalentemente come un centro di costo. Un costo strutturale, inevitabile, da contenere e ottimizzare.
In questo contesto, il cloud venne presentato come modello più moderno ed efficiente: le aziende avrebbero potuto ridurre gli investimenti in infrastruttura e competenze interne, accedendo via rete non solo alle risorse IT, ma anche a servizi evoluti per la modernizzazione del parco applicativo.
Per un certo periodo si è così diffusa l’idea che il CED aziendale fosse destinato a diventare obsoleto, alimentando una sorta di contrasto: da un lato l’infrastruttura in-house, dall’altro il cloud. La realtà, come spesso accade, si è dimostrata molto più complessa.
Per quanto molto attraente, il cloud pubblico non teneva pienamente conto degli investimenti infrastrutturali già sostenuti da molte aziende, spesso anche in tempi relativamente recenti, e della conseguente esigenza di ammortizzarli nel medio-lungo periodo. Per questo motivo, il CED aziendale è rimasto un elemento centrale nelle strategie IT di numerose organizzazioni che, pur riconoscendo il valore del cloud, non erano disposte – o non potevano permettersi – di abbandonare completamente l’on-premise.
Per non rinunciare ai benefici del cloud, molte realtà hanno progressivamente adottato un approccio ibrido, in quanto risposta equilibrata alle proprie esigenze. I workload che richiedevano maggiori livelli di controllo, monitoraggio, sicurezza e compliance rimanevano in-house, mentre quelli meno regolati, ma magari caratterizzati da picchi di carico e necessità di scalabilità elevata, venivano spostati sul cloud pubblico, spesso partendo dalle aree non core.
Cloud pubblico e CED aziendale hanno così iniziato a convivere in modo complementare. Nel frattempo, però, anche il CED ha iniziato a evolvere sul piano tecnologico e architetturale, abbandonando progressivamente i modelli statici del passato. Virtualizzazione, automazione, orchestrazione e gestione centralizzata delle risorse hanno trasformato il data center tradizionale in un’infrastruttura sempre più flessibile e dinamica.
È in questo contesto che prende forma il concetto di cloud privato, quanto meno nella sua declinazione in-house. Si tratta cioè di un’infrastruttura ospitata all’interno del CED aziendale, ma progettata secondo principi del cloud e in grado di offrire elasticità, rapidità di provisioning e governance avanzata, mantenendo al contempo il pieno controllo sui dati e sui sistemi critici.
Arriviamo dunque ad oggi. Pensare di dover scegliere tra CED aziendale e cloud è un’idea superata, così come lo è il fatto che il cloud debba necessariamente sostituire o superare il CED.
Come visto, il CED aziendale può essere trasformato in un cloud privato, adottando principi architetturali cloud-based che ne aumentano flessibilità, automazione e governabilità. In alternativa, può mantenere un’impostazione più tradizionale ed essere integrato con un cloud privato hosted, beneficiando delle logiche cloud senza rinunciare a un alto livello di controllo. In questo secondo caso, il vantaggio chiave è rappresentato dalla governance affidata a provider specializzati, il cui core business è proprio la gestione di infrastrutture complesse e mission critical, supportata da competenze tecniche avanzate che difficilmente vengono replicate internamente.
A questi modelli si aggiunge poi la possibilità di integrare uno o più cloud pubblici in una logica multicloud, così da sfruttare servizi specifici, scalabilità virtualmente illimitata o funzionalità avanzate difficilmente implementabili on-premise. Il risultato è un ecosistema infrastrutturale in cui ogni componente viene scelta in base alle caratteristiche del dato e del workload da gestire, non secondo semplificazioni forzate.
È evidente che, all’aumentare delle componenti - includendo anche l’edge computing - cresca la complessità gestionale. Si tratta però di una complessità intrinseca a modelli più flessibili e articolati, non un limite del cloud. Al contrario, è proprio l’evoluzione del modello cloud ad aver reso possibile questa combinazione di ambienti diversi, ciascuno ottimizzato per specifici dati e workload.