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Cloud pubblico, privato o ibrido? Quale scegliere per la tua azienda

Nonostante non sia più al centro della narrativa tecnologica come qualche anno fa, il cloud continua ad essere il principale driver di trasformazione digitale a livello globale. 

Oggi, l’attenzione mediatica è dominata dall’AI, ma la realtà è che proprio l’intelligenza artificiale vive e prospera grazie al cloud, senza il quale non avrebbe la potenza di calcolo, i servizi, le tecnologie e gli spazi nei quali esprimersi. 

Non sorprende, quindi, che secondo le più recenti previsioni di mercato il valore complessivo del cloud possa superare i 2.000 miliardi di dollari entro il 2030, crescendo con un tasso annuo medio composto del 20,4%. 

In questo contesto, quindi, la domanda quale cloud scegliere rimane attualissima: l’evoluzione delle architetture, l’affermazione dell’ibrido e l’esplosione del multicloud e di tematiche come la sovranità dei dati rendono la risposta di oggi diversa da quella di dieci anni fa. 

Quale cloud scegliere: all’origine era il cloud-first

Quando il cloud ha iniziato ad essere adottato dalle imprese, l’obiettivo era chiaro: superare in un colpo solo tutti i limiti strutturali del modello on-premise. Il paradigma tradizionale, infatti, richiedeva investimenti Capex elevati per hardware, competenze interne e aggiornamenti continui per evitare l’obsolescenza. Era un modello rigido, difficile da scalare rapidamente, spesso incapace di fornire i livelli di agilità richiesti da processi digitali in rapida trasformazione.

Dopo una prima fase di moderata diffidenza, l’approccio cloud-first si diffuse esattamente per questo: rendere l’IT più flessibile, ridurre il TCO, accedere alle innovazioni in tempo reale e liberare le aziende dalla complessità di gestire infrastrutture fisiche. Il modello più diffuso - e quello che ancora oggi si immagina quando si parla di cloud - è il cloud pubblico, ovvero un insieme di servizi erogati dai grandi hyperscaler globali, quasi tutti statunitensi: piattaforme come Microsoft Azure, AWS e Google Cloud hanno definito gli standard di scalabilità, produttività e velocità di provisioning su cui si basa l’intero ecosistema digitale contemporaneo.

I benefici che hanno reso grande il cloud pubblico 

Il public cloud ha portato grandi benefici alle aziende: riduzione dei tempi di delivery, scalabilità elastica, affidabilità elevata e accesso immediato a centinaia di servizi avanzati, da quelli infrastrutturali (IaaS) al machine learning, fino agli strumenti necessari per sviluppare applicazioni AI-native. Per molti anni, l’indicazione implicita è stata: chi vuole innovare, deve avvalersi del catalogo di servizi messi a disposizione dai grandi provider di cloud pubblico.

Con il tempo, però, le aziende hanno maturato una visione più complessa e sono emerse nuove esigenze, impossibili da soddisfare adottando un solo modello.

Prende piede il modello ibrido: il meglio dei due mondi

Abbracciato il cloud come leva di modernizzazione applicativa e infrastrutturale, molte organizzazioni si sono trovate di fronte alla necessità di fronteggiare non soltanto i benefici del modello pubblico, ma anche i suoi limiti fisiologici. Ed è in questo spazio che si è affermato, prima lentamente e poi in modo più deciso, il cloud ibrido, ovvero la coesistenza sinergica di ambienti (cloud) pubblici e privati.

In uno scenario ibrido, infatti, dati e workload vengono distribuiti dinamicamente su:

  • infrastrutture on-premise virtualizzate;
  • private cloud in-house o all’edge;
  • private cloud ospitati presso provider locali o regionali;
  • infrastrutture dei grandi hyperscaler globali.

Le motivazioni che sottendono il grande successo del modello ibrido sono almeno tre.

Prevedibilità dei costi

Nel cloud pubblico la spesa dipende dal consumo. Per molte aziende, soprattutto quelle con carichi instabili o molto pesanti, prevedere i costi in modo accurato è diventato difficile. Di qui la ricerca di un equilibrio tra modelli a consumo e ambienti a costo fisso.

Performance e latenza

Alcune applicazioni – come analytics in tempo reale e sistemi industriali – richiedono latenze estremamente basse e prestazioni costanti. In questi casi, un’infrastruttura in-house o un private cloud hosted presso partner locali può garantire risultati più uniformi rispetto a un datacenter distante centinaia o migliaia di chilometri.

Compliance e sovranità del dato

La normativa europea come GDPR, NIS2, DORA e Data Act ha messo al centro temi come data protection, residenza del dato e controllo sulla filiera tecnologica. Questo ha reso fondamentale sapere dove risiedono i dati, chi li gestisce e secondo quali regole. Il cloud privato, gestito da provider locali di fiducia, può offrire il livello di trasparenza richiesto.

Un nuovo cloud ibrido per la massima personalizzazione

Negli ultimi anni, la tendenza al cloud ibrido è evoluta in un approccio ancora più granulare: la selezione dell’ambiente cloud avviene per singolo workload. Ogni applicazione e dato viene allocato nell’ambiente più adatto in base a criteri oggettivi: performance richieste, compliance, costi, necessità di scalabilità e integrazione con servizi avanzati (come quelli legati all’AI).

Il ruolo degli hyperscaler rimane centrale: secondo Gartner, poche aziende possono rinunciare alla potenza e alla scalabilità virtualmente illimitata degli operatori globali, ma il mercato si è spostato verso una logica di equilibrio: nessun provider da solo può soddisfare tutte le esigenze, e per questo l’ibrido – e spesso il multicloud – si è imposto come architettura di riferimento.

Quindi, quale cloud scegliere?

Arrivati a questo punto, la risposta dovrebbe apparire naturale, perché la scelta non è binaria e non lo è nemmeno a livello di strategia: ogni azienda ha bisogno di un equilibrio diverso, modellato sulle proprie applicazioni, sui vincoli normativi, sulle performance richieste e sul modo in cui intende evolvere nei prossimi anni.

Il cloud pubblico resta la strada più naturale quando si cerca velocità, scalabilità e accesso immediato all’innovazione. Se l’obiettivo è sperimentare o integrare componenti già pronte, il pubblico offre un vantaggio difficile da eguagliare.

Il cloud privato, al contrario, rimane il punto di riferimento per i workload mission critical, ovvero per le applicazioni regolamentate, dataset sensibili, sistemi che non possono permettersi variazioni di latenza, imprevisti o spostamenti di dati in giurisdizioni esterne a quelle UE. Negli ultimi anni, inoltre, l’attenzione alle performance ha riportato valore alle infrastrutture private: per alcuni workload, la prevedibilità dell’ambiente dedicato resta un vantaggio decisivo.

Ma nessuno dei due modelli, da solo, risolve tutto. Ed è proprio qui che il cloud ibrido — e spesso il multicloud — diventa la scelta più sensata. L’idea di fondo è semplice: non scegliere un unico cloud, ma scegliere quello più adatto: un ERP può vivere nel pubblico, un sistema di produzione in un ambiente privato a bassa latenza, un modello di AI su un hyperscaler, un archivio regolamentato in un datacenter locale. E tutto questo può convivere all’interno di un’architettura coerente, capace di spostare dati e workload senza interruzioni.

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