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Le migliori performance Data Center per Cloud Ibrido

By CDLAN |

In quanto primario abilitatore di trasformazione digitale, il cloud è ormai una realtà per la stragrande maggioranza delle aziende, a prescindere dalla loro dimensione e dal settore in cui operano. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, la spesa in servizi di Public & Hybrid Cloud è cresciuta del 22% nel 2022 nonostante le incertezze causate dagli eventi geopolitici e i relativi riflessi sull’economia globale.


Cloud ibrido come naturale destinazione delle imprese

Gli ambienti IT delle grandi aziende sono ormai nativamente eterogenei, ovvero si basano sul bilanciamento e la sinergia tra la tradizionale componente on-premise e diversi servizi cloud, solitamente erogati da diversi fornitori (tra cui gli hyperscaler, come Amazon, Microsoft e Google) e integrati in un unico paradigma di multicloud ibrido. Gli analisti sottolineano quanto quasi la metà (circa il 40%) del parco applicativo risieda ormai in cloud, sia esso pubblico, privato o una forma intermedia.

Il cloud ibrido è la destinazione naturale della stragrande maggioranza delle imprese. Si assiste infatti ad una naturale scomposizione del parco applicativo tra Data Center proprietari on-premise, forme di esternalizzazione del Data Center (colocation), di private e public cloud, il tutto a formare un solo modello flessibile, moderno e scalabile. Nell’universo enterprise, laddove il cloud ibrido si è imposto anni addietro, la sua adozione è stata la conseguenza del bilanciamento di diverse forze:

  • Massima flessibilità, scalabilità e prestazioni;
  • Modello di costo flessibile e bilanciato rispetto alle esigenze concrete dell’azienda;
  • Semplificazione di accesso all’innovazione (AI, Machine Learning…);
  • Il pieno controllo del dato che solo un’infrastruttura privata può garantire.

L’ultimo fattore, ovvero il controllo del dato, dipende dalla conformità con la normativa, generale e di settore, cui ogni azienda è soggetta e che, in determinati verticali (pharma, finance, healthcare, food…) risulta particolarmente stringente. A titolo d’esempio, il cloud ibrido è il modello d’elezione nel mondo bancario per via della poderosa regolamentazione in essere: l’effort necessario per replicare in cloud tutti i controlli richiesti dagli enti regolatori sconsiglia alle imprese l’adozione del cloud pubblico, a meno che (una delle grandi tendenze degli ultimi anni) non sia un cloud nato appositamente per soddisfare esigenze verticali.


Il ruolo (centrale) del Data Center nel contesto del cloud ibrido

La componente privata (sia on-premises che hosted) dell’infrastruttura IT è essenziale nel cloud ibrido, soprattutto se da essa dipendono i processi mission-critical su cui l’azienda basa la propria operatività. Il Data Center mantiene dunque il proprio ruolo essenziale per la continuità del business e le relative prestazioni.

A prescindere dal fatto che l’ambiente sia di proprietà o il modello preveda una forma di outsourcing, i fattori essenziali da tenere sotto controllo sono le performance, che devono essere sufficienti a sostenere le operations di strutture estese e complesse, e la resilienza, ovvero la capacità del Data Center di operare ininterrottamente adattandosi a svariate fonti di rischio provenienti dall’esterno e dall’interno.


Resilienza, Tier e Rating

Nell’ottica della colocation della componente privata, il primo aspetto che le imprese devono valutare sono le certificazioni di resilienza rilasciate da aziende come Uptime Institute o da diversi organismi autorizzati a rilasciare certificazioni ANSI-TIA. L’esito dell’iter di certificazione è un rating (Tier per l'Uptime Institute, Rating per l'ANSI-TIA 942) che è compreso tra 1 e 4 e rappresenta il livello di resilienza della struttura.

Per sua stessa natura, il Data Center deve essere in grado di fronteggiare un’infinità di imprevisti, come interruzioni di connettività e guasti ai server, ma anche blackout, terremoti e tentativi di sabotaggio interni ed esterni. Sia il Tier, sia il Rating certificano la capacità del Data Center di far fronte a tutte le cause di disruption mantenendo l’uptime dei sistemi su cui le aziende basano i loro processi critici.

A titolo d’esempio, un Data Center Tier 4 è dotato di una doppia linea di alimentazione totalmente indipendente per poter reggere l’urto di eventuali interruzioni; in caso di totale blackout di linea, la struttura reagisce all’istante con intere batterie di gruppi di continuità (UPS) che mantengono attive le macchine per il tempo necessario all’accensione di ulteriori generatori ausiliari, il cui scopo è fornire energia alla struttura per tutto il tempo necessario (anche giorni) al ripristino delle linee elettriche. A maggior ragione, l’approccio preventivo vale per i server, lo storage e le reti, ovvero per i tradizionali componenti dell’infrastruttura IT, che vengono progettati per garantire alta disponibilità.

Dalle prestazioni e dal rating del Data Center dipende la capacità del provider di impegnarsi in livelli di servizio più o meno affidabili, la cui valutazione rappresenta il primo fattore di scelta di un partner all’interno dell’intero universo IT. Soprattutto nell’era del cloud ibrido.


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