Una guida completa
Nell’ultimo decennio, il cloud si è affermato come il principale abilitatore della digital transformation. Prima le grandi aziende, poi tutte le organizzazioni l’hanno reso il fondamento su cui costruire nuovi servizi digitali, modernizzare applicazioni e, soprattutto, allineare l’IT alle sfidanti esigenze del business.
Il Private Cloud, in particolare, sta vivendo una fase di rinnovata centralità e forte interesse da parte delle imprese, che lo riscoprono come risposta concreta a esigenze di prevedibilità dei costi, performance, sicurezza, compliance e sovranità del dato.
In questa guida approfondiremo il tema del Private Cloud analizzandone caratteristiche, tratti distintivi e punti di forza.
Il Private Cloud, o Cloud Privato è un modello di cloud computing in cui le risorse infrastrutturali - compute, storage e networking - sono dedicate a una singola organizzazione.
A differenza del cloud pubblico, dove l’infrastruttura è condivisa tra più tenant, il Private Cloud garantisce isolamento, performance, controllo e possibilità di personalizzazione più elevate, pur mantenendo le caratteristiche chiave del cloud:
Il Private Cloud si colloca sulla frontiera tecnologica dell’IT, facendo leva su architetture software-defined, API, orchestrazione e strumenti di automazione che consentono di erogare risorse on demand, scalare in modo controllato e integrare nativamente l’infrastruttura con modelli hybrid e multi-cloud.
Le principali declinazioni del cloud privato sono due: quella basata su risorse in-house e il modello hosted presso un cloud provider.
Associare il Private Cloud al tradizionale modello on-premise non è del tutto corretto, sebbene entrambi rispondano a una forte esigenza di controllo e governo dell’infrastruttura. Un Private Cloud moderno, infatti, utilizza le stesse logiche che hanno reso il cloud il pilastro del modello IT per milioni di aziende: automazione spinta, orchestrazione delle risorse, provisioning self-service, elasticità e monitoraggio continuo delle performance.
Grazie a queste caratteristiche, il Private Cloud è in grado di offrire livelli di prestazioni, efficienza e reattività paragonabili a quelli degli hyperscaler, ma senza fare affidamento su stack tecnologici proprietari ed esclusivi.
Il cloud nasce circa vent’anni fa sulla spinta dei grandi provider globali, con l’obiettivo di rivoluzionare il modo in cui le aziende acquisiscono, gestiscono e governano le infrastrutture IT.
Il primo modello ad affermarsi è stato il Public Cloud, grazie alla promessa di scalabilità immediata, azzeramento degli investimenti infrastrutturali e accesso a servizi innovativi. Il Private Cloud, inizialmente percepito come una scelta più conservativa, negli ultimi anni sta recuperando terreno in modo significativo.
Secondo il Private Cloud Outlook 2025 di Broadcom, il 53% delle aziende considera il Private Cloud la priorità per il deployment di nuovi workload nei prossimi tre anni, mentre il 69%, spinto anche da normative sempre più stringenti in ambito di controllo e sovranità del dato, sta valutando strategie di cloud repatriation, ovvero il rientro di dati, applicazioni e carichi di lavoro dal cloud pubblico a quello privato.
Al di là dei singoli trend, però, una realtà emerge con chiarezza: il modello che si è dimostrato più solido nel tempo è quello ibrido, capace di combinare ambienti e approcci differenti.
Il Public Cloud è stato una svolta per l’IT aziendale. La possibilità di accedere a risorse virtualmente illimitate, pagate a consumo, ha accelerato l’innovazione e ridotto drasticamente il time-to-market di nuovi servizi digitali. Il cloud pubblico resta un contesto ideale per workload variabili e per l’adozione rapida di servizi innovativi come analytics e AI.
Accanto ai vantaggi, esistono però anche limiti noti. La complessità dei modelli di costo può rendere difficile prevedere la spesa nel medio-lungo periodo, mentre temi come la sovranità del dato, la compliance normativa e la latenza – per quanto affrontati in modo strutturato dai grandi provider globali – trovano il proprio habitat naturale in una struttura privata, capace di offrire il massimo livello di controllo e governance.
Il Private Cloud non si pone come semplice alternativa al cloud pubblico, ma come struttura complementare. Rispetto al Public Cloud, offre isolamento totale delle risorse e la possibilità di progettare l’architettura in funzione di workload specifici, ottimizzando performance e costi nel tempo. È particolarmente indicato per applicazioni mission-critical, sistemi core, database e ambienti soggetti a requisiti stringenti in termini di sicurezza e di governance.
Nella pratica, poche organizzazioni possono – o vogliono – fare completamente a meno degli hyperscaler. Allo stesso tempo, affidare tutto al Public Cloud espone a qualche rischio, ed è qui che la declinazione ibrida del cloud dimostra tutto il suo valore. Hybrid Cloud, infatti, combina il meglio dei due mondi: agilità e innovazione da un lato, controllo, stabilità e performance dall’altro.
Nel tempo, inoltre, sono nati strumenti e piattaforme che hanno reso la governance di ambienti ibridi e multi-cloud, storicamente una delle principali criticità, molto più accessibile per i team IT. Oggi è possibile orchestrare, monitorare e mettere in sicurezza ambienti diversi in modo coerente, costruendo architetture flessibili che si adattano all’evoluzione del business.
Il successo del Private Cloud non è casuale. Negli ultimi anni, questo modello si è affermato perché risponde in modo concreto a una serie di esigenze che molte aziende faticano a soddisfare con le sole risorse del public cloud.
Un vantaggio importante del Private Cloud è la prevedibilità dei costi. A differenza del modello pay-per-use tipico del cloud pubblico, il Cloud Privato consente di definire strutture di pricing più stabili e trasparenti. Spesso, il rapporto con il provider si basa su logiche a pacchetto o su canoni flat, che permettono di sapere in anticipo quanto si spenderà, anche in presenza di carichi di lavoro variabili.
Questo approccio facilita il capacity planning; l’infrastruttura, infatti, viene dimensionata sulle reali esigenze aziendali e può essere rivista nel tempo, evitando sia sprechi che colli di bottiglia.
I dati possono spostarsi in pochi istanti da una parte all’altra del mondo, ma devono tener conto di vincoli di giurisdizione, localizzazione e trasferimento extra-territoriale, regolati da normative nazionali ed europee sempre più stringenti.
Il Private Cloud è ideale per le organizzazioni soggette a rilevanti vincoli normativi. Affidarsi a un provider cloud regionale, inteso come operatore che opera nativamente all’interno dell’Unione Europea, significa poter contare su un modello progettato fin dall’origine per essere conforme alla regolamentazione comunitaria, da NIS 2 al GDPR, da DORA all’AI Act. Per i settori più regolati – dove alle norme europee si sommano requisiti nazionali e settoriali – questa caratteristica diventa un fattore decisivo per la scelta.
Il Private Cloud è la destinazione d’elezione per i workload mission-critical. Due i motivi principali:
La sicurezza è un ulteriore pilastro del Private Cloud. Il vantaggio non risiede solo nell’isolamento delle risorse, ma nella possibilità di integrare la sicurezza direttamente nel modello cloud.
I provider di Private Cloud offrono spesso servizi di protezione, monitoraggio e compliance nativamente inclusi nell’infrastruttura, consentendo alle aziende di rafforzare la propria postura di sicurezza senza dover orchestrare soluzioni frammentate. Anche in questo caso, il controllo rimane centrale: policy, accessi e configurazioni sono definiti in modo coerente con i requisiti aziendali, rafforzando la governance complessiva dell’IT.
L’adozione di un Private Cloud è una scelta strategica che va ben oltre il semplice rinnovamento dell’infrastruttura on-premise. Piuttosto, è un percorso di evoluzione tecnologica e operativa che richiede visione, progettazione accurata e una gestione consapevole.
Abbiamo individuato alcuni passaggi che caratterizzano un’adozione efficace e ben governata di un cloud privato.
La fase iniziale di qualsiasi progetto è sempre un assessment dell'infrastruttura IT esistente. Le organizzazioni di maggior successo costituiscono team cross-funzionali che includono professionisti IT, business stakeholder, sicurezza e finance. Tre le aree da valutare:
La fase di pianificazione si concentra sulla definizione dell’architettura target. È qui che le aziende, insieme ai loro partner, valutano le diverse opzioni possibili – dal mantenimento dello status quo alla realizzazione di un’architettura ibrida o di un Private Cloud dedicato – in funzione non solo delle esigenze attuali, ma anche degli scenari di evoluzione futura dell’IT.
La previsione del Total Cost of Ownership (TCO) su un orizzonte di 3–5 anni resta un elemento determinante, ma va affiancata da considerazioni altrettanto strategiche:
In questo contesto, la scelta delle tecnologie, che spaziano da soluzioni enterprise proprietarie a piattaforme open source, diventa una leva per bilanciare prestazioni, flessibilità e sostenibilità nel tempo, evitando rigidità e lock-in difficili da gestire in futuro.
Dalla fase di progettazione tecnica derivano l’affidabilità, le prestazioni e la capacità di evoluzione dell’ambiente nel tempo. Un Private Cloud moderno deve essere concepito come una piattaforma ad altissime performance, sicura e resiliente, progettata fin dall’origine per garantire continuità operativa.
La fase di migrazione è uno dei momenti più delicati del percorso di adozione del Private Cloud. Non esiste una strategia valida per tutti i contesti: alcune applicazioni possono essere migrate con un approccio lift & shift, altre richiedono invece interventi di refactoring o modernizzazione, per sfruttare appieno le caratteristiche del paradigma cloud native.
Nella maggior parte dei casi, le aziende adottano un modello ibrido anche nella migrazione, procedendo per fasi e partendo dai workload meno critici, per poi estendere il perimetro ai sistemi core. Questo consente di ridurre i rischi operativi, validare le scelte architetturali sul campo e costruire progressivamente competenze interne.
Un partner esperto può fare la differenza nel definire le priorità, scegliere la strategia più adatta per ciascuna applicazione e garantire continuità operativa durante tutte le fasi del percorso.
Una volta che il Private Cloud è operativo, entra in gioco una fase continua di governance, monitoraggio e ottimizzazione che distingue un ambiente realmente efficace da uno semplicemente funzionante. La governance riguarda la definizione di policy su utilizzo delle risorse, sicurezza, accessi e lifecycle dei servizi, così da mantenere il controllo nel tempo.
CDLAN è proprietaria di C21, data center Tier IV Compliant situato a Milano, che assicura i più alti livelli di disponibilità, sicurezza e continuità operativa.
Negli ultimi anni, molte aziende stanno riconsiderando alcune scelte effettuate nelle prime fasi di adozione del cloud pubblico. L’evoluzione del quadro normativo, le crescenti esigenze di sovranità e controllo dei dati, insieme a una maggiore consapevolezza dei costi e delle implicazioni operative, stanno riportando in primo piano il tema della cloud repatriation: il rientro di dati, applicazioni e workload dal cloud pubblico verso modelli privati o ibridi.
È importante chiarire che la repatriation non rappresenta un passo indietro, né tantomeno un rifiuto del cloud pubblico. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risultato non è l’abbandono degli hyperscaler ma l’evoluzione verso architetture ibride in cui il Private Cloud assume un ruolo più centrale rispetto al passato.
Elemento chiave di qualsiasi strategia di repatriation è la progettazione consapevole dell’exit strategy, talvolta trascurata nelle prime fasi di adozione del cloud pubblico. L’exit strategy definisce modalità, tempi e condizioni con cui un’azienda può spostare workload e dati da un provider a un altro, o rientrare su infrastrutture private, senza impatti critici sul business.
La progettazione dell’exit strategy passa anche dalla portabilità dei dati. Occorre verificare formati, volumi, tempi di trasferimento e requisiti di sicurezza, pianificando con attenzione le fasi di estrazione, replica e riallineamento dei dati negli ambienti di destinazione.
Nella maggior parte dei casi, adottare un Private Cloud significa affidarsi a un provider specializzato. La scelta, però, non può basarsi su una semplice valutazione tecnologica o sulla lettura dei listini.
Ciò che distingue davvero un partner è l’approccio, ovvero la capacità di progettare l’infrastruttura insieme al cliente, di gestirla nel tempo e di supportarne l’evoluzione in modo coerente con le esigenze del business. In un mercato sempre più affollato, la differenza la fanno solidità, competenze e qualità dei servizi.
CDLAN si posiziona come partner di lungo periodo per le organizzazioni che vogliono costruire ambienti cloud privati e ibridi basati su solidità, flessibilità e capacità di sostenere gli applicativi più critici per il business. Il valore aggiunto di CDLAN dipende da diversi fattori:
Il rapporto diretto con team tecnici altamente specializzati rappresenta un ulteriore fattore decisivo. Supporto continuativo, prossimità geografica e conoscenza profonda delle architetture consentono a CDLAN di affiancare i clienti non solo nella fase di adozione, ma anche nella gestione quotidiana e nell’evoluzione futura del loro Private Cloud.