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Cloud Privato: la guida completa per capire quando, perché e come adottarlo

Una guida completa

 

Nell’ultimo decennio, il cloud si è affermato come il principale abilitatore della digital transformation. Prima le grandi aziende, poi tutte le organizzazioni l’hanno reso il fondamento su cui costruire nuovi servizi digitali, modernizzare applicazioni e, soprattutto, allineare l’IT alle sfidanti esigenze del business.

Il Private Cloud, in particolare, sta vivendo una fase di rinnovata centralità e forte interesse da parte delle imprese, che lo riscoprono come risposta concreta a esigenze di prevedibilità dei costi, performance, sicurezza, compliance e sovranità del dato.

In questa guida approfondiremo il tema del Private Cloud analizzandone caratteristiche, tratti distintivi e punti di forza.

Cos’è il Private Cloud

Il Private Cloud, o Cloud Privato è un modello di cloud computing in cui le risorse infrastrutturali - compute, storage e networking - sono dedicate a una singola organizzazione.

A differenza del cloud pubblico, dove l’infrastruttura è condivisa tra più tenant, il Private Cloud garantisce isolamento, performance, controllo e possibilità di personalizzazione più elevate, pur mantenendo le caratteristiche chiave del cloud:

  1. Automazione;
  2. Elasticità;
  3. Provisioning rapido;
  4. Resilienza;
  5. Gestione centralizzata.

Il Private Cloud si colloca sulla frontiera tecnologica dell’IT, facendo leva su architetture software-defined, API, orchestrazione e strumenti di automazione che consentono di erogare risorse on demand, scalare in modo controllato e integrare nativamente l’infrastruttura con modelli hybrid e multi-cloud.

Le principali tipologie di Private Cloud

Le principali declinazioni del cloud privato sono due: quella basata su risorse in-house e il modello hosted presso un cloud provider.

  • Nel modello in-house, l’infrastruttura risiede nel data center aziendale ed è gestita direttamente dall’organizzazione. Questa scelta consente un controllo totale sull’ambiente e può risultare vantaggiosa in presenza di specifici vincoli normativi, esigenze di integrazione profonda con sistemi esistenti, requisiti di latenza stringenti o, più frequentemente, la necessità di ammortizzare investimenti precedenti in infrastrutture IT. Creare e gestire il proprio cloud privato comporta però acquisti di rilievo, la necessità di competenze interne adeguate a garantire continuità, aggiornamento tecnologico e sicurezza nel tempo e, non da ultimo, l’esigenza di ospitare le infrastrutture in spazi accuratamente attrezzati per garantire agli apparati continuità operativa

  • Hosted Private Cloud prevede invece che l’infrastruttura single-tenant sia ospitata presso il data center di un provider specializzato. Pur rimanendo esclusiva per il cliente, l’infrastruttura beneficia di ambienti progettati per l’alta affidabilità, la sicurezza fisica, le performance e la massima resilienza, motivo per cui molte aziende sviluppano vere e proprie partnership con cloud provider locali in grado di garantire livelli di servizio adeguati alle specifiche esigenze.

Private Cloud = On-Premise 2.0?

Associare il Private Cloud al tradizionale modello on-premise non è del tutto corretto, sebbene entrambi rispondano a una forte esigenza di controllo e governo dell’infrastruttura. Un Private Cloud moderno, infatti, utilizza le stesse logiche che hanno reso il cloud il pilastro del modello IT per milioni di aziende: automazione spinta, orchestrazione delle risorse, provisioning self-service, elasticità e monitoraggio continuo delle performance.

Grazie a queste caratteristiche, il Private Cloud è in grado di offrire livelli di prestazioni, efficienza e reattività paragonabili a quelli degli hyperscaler, ma senza fare affidamento su stack tecnologici proprietari ed esclusivi.

Private Cloud, Public Cloud e Hybrid Cloud: modelli a confronto

Il cloud nasce circa vent’anni fa sulla spinta dei grandi provider globali, con l’obiettivo di rivoluzionare il modo in cui le aziende acquisiscono, gestiscono e governano le infrastrutture IT.

Il primo modello ad affermarsi è stato il Public Cloud, grazie alla promessa di scalabilità immediata, azzeramento degli investimenti infrastrutturali e accesso a servizi innovativi. Il Private Cloud, inizialmente percepito come una scelta più conservativa, negli ultimi anni sta recuperando terreno in modo significativo.

Secondo il Private Cloud Outlook 2025 di Broadcom, il 53% delle aziende considera il Private Cloud la priorità per il deployment di nuovi workload nei prossimi tre anni, mentre il 69%, spinto anche da normative sempre più stringenti in ambito di controllo e sovranità del dato, sta valutando strategie di cloud repatriation, ovvero il rientro di dati, applicazioni e carichi di lavoro dal cloud pubblico a quello privato.

Al di là dei singoli trend, però, una realtà emerge con chiarezza: il modello che si è dimostrato più solido nel tempo è quello ibrido, capace di combinare ambienti e approcci differenti.

Public Cloud: scalabilità illimitata e modello pay per use

Il Public Cloud è stato una svolta per l’IT aziendale. La possibilità di accedere a risorse virtualmente illimitate, pagate a consumo, ha accelerato l’innovazione e ridotto drasticamente il time-to-market di nuovi servizi digitali. Il cloud pubblico resta un contesto ideale per workload variabili e per l’adozione rapida di servizi innovativi come analytics e AI.

Accanto ai vantaggi, esistono però anche limiti noti. La complessità dei modelli di costo può rendere difficile prevedere la spesa nel medio-lungo periodo, mentre temi come la sovranità del dato, la compliance normativa e la latenza – per quanto affrontati in modo strutturato dai grandi provider globali – trovano il proprio habitat naturale in una struttura privata, capace di offrire il massimo livello di controllo e governance.

Private Cloud, alternativa o completamento?

Il Private Cloud non si pone come semplice alternativa al cloud pubblico, ma come struttura complementare. Rispetto al Public Cloud, offre isolamento totale delle risorse e la possibilità di progettare l’architettura in funzione di workload specifici, ottimizzando performance e costi nel tempo. È particolarmente indicato per applicazioni mission-critical, sistemi core, database e ambienti soggetti a requisiti stringenti in termini di sicurezza e di governance.

Perché vincono l’ibrido e il multi-cloud

Nella pratica, poche organizzazioni possono – o vogliono – fare completamente a meno degli hyperscaler. Allo stesso tempo, affidare tutto al Public Cloud espone a qualche rischio, ed è qui che la declinazione ibrida del cloud dimostra tutto il suo valore. Hybrid Cloud, infatti, combina il meglio dei due mondi: agilità e innovazione da un lato, controllo, stabilità e performance dall’altro.

Nel tempo, inoltre, sono nati strumenti e piattaforme che hanno reso la governance di ambienti ibridi e multi-cloud, storicamente una delle principali criticità, molto più accessibile per i team IT. Oggi è possibile orchestrare, monitorare e mettere in sicurezza ambienti diversi in modo coerente, costruendo architetture flessibili che si adattano all’evoluzione del business.

I benefici del Private Cloud, dall’ottimizzazione dei costi alla latenza minima

Il successo del Private Cloud non è casuale. Negli ultimi anni, questo modello si è affermato perché risponde in modo concreto a una serie di esigenze che molte aziende faticano a soddisfare con le sole risorse del public cloud.

Controllo dei costi e prevedibilità della spesa

Un vantaggio importante del Private Cloud è la prevedibilità dei costi. A differenza del modello pay-per-use tipico del cloud pubblico, il Cloud Privato consente di definire strutture di pricing più stabili e trasparenti. Spesso, il rapporto con il provider si basa su logiche a pacchetto o su canoni flat, che permettono di sapere in anticipo quanto si spenderà, anche in presenza di carichi di lavoro variabili.

Questo approccio facilita il capacity planning; l’infrastruttura, infatti, viene dimensionata sulle reali esigenze aziendali e può essere rivista nel tempo, evitando sia sprechi che colli di bottiglia.

Sovranità del dato e compliance normativa

I dati possono spostarsi in pochi istanti da una parte all’altra del mondo, ma devono tener conto di vincoli di giurisdizione, localizzazione e trasferimento extra-territoriale, regolati da normative nazionali ed europee sempre più stringenti.

Il Private Cloud è ideale per le organizzazioni soggette a rilevanti vincoli normativi. Affidarsi a un provider cloud regionale, inteso come operatore che opera nativamente all’interno dell’Unione Europea, significa poter contare su un modello progettato fin dall’origine per essere conforme alla regolamentazione comunitaria, da NIS 2 al GDPR, da DORA all’AI Act. Per i settori più regolati – dove alle norme europee si sommano requisiti nazionali e settoriali – questa caratteristica diventa un fattore decisivo per la scelta.

Performance, latenza e workload mission-critical

Il Private Cloud è la destinazione d’elezione per i workload mission-critical. Due i motivi principali:

  • L’architettura può essere progettata insieme al provider in funzione delle specifiche esigenze applicative: potenza di calcolo, storage, networking e livelli di servizio vengono calibrati sui carichi reali.

  • La latenza gioca un ruolo chiave. I data center dei cloud provider sono spesso localizzati nella stessa area geografica dell’azienda, garantendo tempi di risposta rapidissimi e prestazioni costanti, fondamentali per molte applicazioni core.

Sicurezza integrata e governance

La sicurezza è un ulteriore pilastro del Private Cloud. Il vantaggio non risiede solo nell’isolamento delle risorse, ma nella possibilità di integrare la sicurezza direttamente nel modello cloud.

I provider di Private Cloud offrono spesso servizi di protezione, monitoraggio e compliance nativamente inclusi nell’infrastruttura, consentendo alle aziende di rafforzare la propria postura di sicurezza senza dover orchestrare soluzioni frammentate. Anche in questo caso, il controllo rimane centrale: policy, accessi e configurazioni sono definiti in modo coerente con i requisiti aziendali, rafforzando la governance complessiva dell’IT.

Come Iniziare: la roadmap di adozione del Private Cloud

L’adozione di un Private Cloud è una scelta strategica che va ben oltre il semplice rinnovamento dell’infrastruttura on-premise. Piuttosto, è un percorso di evoluzione tecnologica e operativa che richiede visione, progettazione accurata e una gestione consapevole.

Abbiamo individuato alcuni passaggi che caratterizzano un’adozione efficace e ben governata di un cloud privato.

Assessment e definizione degli obiettivi

La fase iniziale di qualsiasi progetto è sempre un assessment dell'infrastruttura IT esistente. Le organizzazioni di maggior successo costituiscono team cross-funzionali che includono professionisti IT, business stakeholder, sicurezza e finance. Tre le aree da valutare:

  • L'assessment tecnico consiste nella mappatura di applicazioni, server, storage e componenti di rete. Le applicazioni vengono classificate per criticità, complessità tecnica e impatto sul business.

  • Vanno definiti gli obiettivi (chiari e misurabili) del passaggio al cloud privato. Alcune aziende puntano alla riduzione dei costi operativi, altre cercano maggiore agilità nel deployment di nuovi servizi, molte sono spinte da requisiti di compliance normativa, altre infine cercano quella flessibilità che le infrastrutture proprietarie non riescono a garantire. Alla definizione degli obiettivi segue la scelta dei KPI.

  • Si procede con la valutazione delle competenze. Questo, unito al budget disponibile permette alle aziende di scegliere se realizzare un cloud in-house o, più frequentemente, adottare una soluzione hosted.

Pianificazione strategica e tecnologie

La fase di pianificazione si concentra sulla definizione dell’architettura target. È qui che le aziende, insieme ai loro partner, valutano le diverse opzioni possibili – dal mantenimento dello status quo alla realizzazione di un’architettura ibrida o di un Private Cloud dedicato – in funzione non solo delle esigenze attuali, ma anche degli scenari di evoluzione futura dell’IT.

La previsione del Total Cost of Ownership (TCO) su un orizzonte di 3–5 anni resta un elemento determinante, ma va affiancata da considerazioni altrettanto strategiche:

  • scalabilità dell’architettura
  • grado di controllo e governance richiesto
  • portabilità dei workload
  • eventuali vincoli normativi o di compliance
  • sviluppo e mantenimento del livello di competenza tecnico necessario

In questo contesto, la scelta delle tecnologie, che spaziano da soluzioni enterprise proprietarie a piattaforme open source, diventa una leva per bilanciare prestazioni, flessibilità e sostenibilità nel tempo, evitando rigidità e lock-in difficili da gestire in futuro.

Progettazione tecnica: i 4 pilastri

Dalla fase di progettazione tecnica derivano l’affidabilità, le prestazioni e la capacità di evoluzione dell’ambiente nel tempo. Un Private Cloud moderno deve essere concepito come una piattaforma ad altissime performance, sicura e resiliente, progettata fin dall’origine per garantire continuità operativa.

  • Il primo principio è la ridondanza a tutti i livelli: calcolo, rete e storage devono essere distribuiti su più componenti fisici, evitando singoli punti di failure. È inoltre essenziale che ogni elemento sia configurato per reagire automaticamente agli eventi, attraverso meccanismi di replica, failover e bilanciamento intelligente del carico.

  • Un Private Cloud nasce per sostenere carichi di lavoro esigenti, e le prestazioni dipendono in modo diretto dalle scelte infrastrutturali. Compute, storage e networking devono essere dimensionati in funzione dei workload reali, adottando tecnologie ad alte prestazioni come CPU di ultima generazione, storage NVMe e reti software-defined a bassa latenza.

  • Grande attenzione va poi riservata proprio alla progettazione della rete, determinante per le performance complessive. A questo si affianca la necessità di una connettività esterna affidabile, ridondata e dedicata, soprattutto in scenari ibridi in cui il Private Cloud deve dialogare in modo continuo con altri ambienti o con diverse sedi aziendali.

  • La progettazione tecnica deve basarsi sul principio della sicurezza by design. Ciò significa adottare fin dall’inizio principi come Zero Trust e microsegmentazione, crittografia dei dati, hardening della piattaforma e controlli rigorosi sugli accessi, basati sul principio del privilegio minimo.

Migrazione dei workload e delle applicazioni

La fase di migrazione è uno dei momenti più delicati del percorso di adozione del Private Cloud. Non esiste una strategia valida per tutti i contesti: alcune applicazioni possono essere migrate con un approccio lift & shift, altre richiedono invece interventi di refactoring o modernizzazione, per sfruttare appieno le caratteristiche del paradigma cloud native.

Nella maggior parte dei casi, le aziende adottano un modello ibrido anche nella migrazione, procedendo per fasi e partendo dai workload meno critici, per poi estendere il perimetro ai sistemi core. Questo consente di ridurre i rischi operativi, validare le scelte architetturali sul campo e costruire progressivamente competenze interne.

Un partner esperto può fare la differenza nel definire le priorità, scegliere la strategia più adatta per ciascuna applicazione e garantire continuità operativa durante tutte le fasi del percorso.

Governance, monitoraggio e ottimizzazione continua

Una volta che il Private Cloud è operativo, entra in gioco una fase continua di governance, monitoraggio e ottimizzazione che distingue un ambiente realmente efficace da uno semplicemente funzionante. La governance riguarda la definizione di policy su utilizzo delle risorse, sicurezza, accessi e lifecycle dei servizi, così da mantenere il controllo nel tempo.

  • Tier I: infrastruttura di base, nessuna ridondanza. Uptime garantito: 99,671%.

  • Tier II: componenti ridondati per una maggiore affidabilità. Uptime: 99,741%.

  • Tier III: manutenzione simultanea possibile senza interruzioni. Uptime: 99,982%.

  • Tier IV: tolleranza ai guasti completa. Uptime: 99,995%.

CDLAN è proprietaria di C21, data center Tier IV Compliant situato a Milano, che assicura i più alti livelli di disponibilità, sicurezza e continuità operativa.

Cloud repatriation, una nuova fase di maturità del cloud

Negli ultimi anni, molte aziende stanno riconsiderando alcune scelte effettuate nelle prime fasi di adozione del cloud pubblico. L’evoluzione del quadro normativo, le crescenti esigenze di sovranità e controllo dei dati, insieme a una maggiore consapevolezza dei costi e delle implicazioni operative, stanno riportando in primo piano il tema della cloud repatriation: il rientro di dati, applicazioni e workload dal cloud pubblico verso modelli privati o ibridi.

È importante chiarire che la repatriation non rappresenta un passo indietro, né tantomeno un rifiuto del cloud pubblico. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risultato non è l’abbandono degli hyperscaler ma l’evoluzione verso architetture ibride in cui il Private Cloud assume un ruolo più centrale rispetto al passato.

Come strutturare la exit strategy

Elemento chiave di qualsiasi strategia di repatriation è la progettazione consapevole dell’exit strategy, talvolta trascurata nelle prime fasi di adozione del cloud pubblico. L’exit strategy definisce modalità, tempi e condizioni con cui un’azienda può spostare workload e dati da un provider a un altro, o rientrare su infrastrutture private, senza impatti critici sul business.

  1. Un primo aspetto da valutare riguarda i vincoli contrattuali. Alcuni contratti includono penali per l’uscita anticipata e costi significativi per l’estrazione dei dati.

  2. Altro tema centrale è il potenziale lock-in tecnologico. L’utilizzo estensivo di servizi proprietari può rendere la migrazione piuttosto complessa, ed è quindi fondamentale – già in fase di definizione strategica - valutare quali componenti possano essere trasferiti con relativa semplicità e quali richiedano un refactoring più marcato.

La progettazione dell’exit strategy passa anche dalla portabilità dei dati. Occorre verificare formati, volumi, tempi di trasferimento e requisiti di sicurezza, pianificando con attenzione le fasi di estrazione, replica e riallineamento dei dati negli ambienti di destinazione.

Come scegliere il provider di Private Cloud

Nella maggior parte dei casi, adottare un Private Cloud significa affidarsi a un provider specializzato. La scelta, però, non può basarsi su una semplice valutazione tecnologica o sulla lettura dei listini.

Ciò che distingue davvero un partner è l’approccio, ovvero la capacità di progettare l’infrastruttura insieme al cliente, di gestirla nel tempo e di supportarne l’evoluzione in modo coerente con le esigenze del business. In un mercato sempre più affollato, la differenza la fanno solidità, competenze e qualità dei servizi.

  1. Un primo criterio fondamentale è la robustezza dell’infrastruttura. Un provider affidabile gestisce direttamente data center di alto livello, progettati per garantire resilienza aziendale, sicurezza fisica e continuità operativa, con una particolare attenzione alla localizzazione geografica. La prossimità ai clienti e ai principali nodi di interconnessione non è solo una questione di compliance e data residency, ma incide direttamente su latenza e prestazioni.

  2. Un secondo elemento riguarda le tecnologie e il controllo dello stack. Il provider ideale costruisce la propria offerta su piattaforme mature e consolidate, siano esse enterprise o open source, e mantiene il governo diretto di tutti i livelli dell’infrastruttura.

  3. Entrano poi in gioco gestione, competenze e SLA. Il provider deve disporre di competenze certificate, procedure operative ben definite e un supporto continuativo. Così come i prezzi, i livelli di servizio (SLA) devono essere trasparenti e misurabili, e non limitarsi alla sola disponibilità dell’infrastruttura, ma includere metriche operative come tempi di risposta e di gestione degli incidenti.

  4. La disponibilità di servizi dedicati di cybersecurity, business continuity e disaster recovery, modellabili sulle esigenze specifiche dell’azienda, rappresenta un ulteriore fattore nella scelta del partner.

Perché scegliere il Private Cloud di CDLAN

CDLAN si posiziona come partner di lungo periodo per le organizzazioni che vogliono costruire ambienti cloud privati e ibridi basati su solidità, flessibilità e capacità di sostenere gli applicativi più critici per il business. Il valore aggiunto di CDLAN dipende da diversi fattori:

  1. Un’infrastruttura proprietaria completamente localizzata sul territorio nazionale e progettata per garantire elevati livelli di performance, affidabilità e controllo. I data center di Milano e Roma consentono di realizzare architetture resilienti e allineate ai requisiti di continuità operativa anche dei settori più regolati.

  2. In CDLAN, adottiamo un approccio personalizzato. Ogni progetto di Private Cloud nasce da un percorso di analisi e co-progettazione, in cui i requisiti tecnologici vengono fatti discendere direttamente dalle esigenze di business, dai carichi applicativi e dagli obiettivi di medio-lungo periodo del cliente. Il risultato è il massimo livello di personalizzazione possibile.

  3. Un ulteriore elemento distintivo è la flessibilità della piattaforma. Le risorse possono essere dimensionate e rimodulate in modo coerente con l’andamento dei workload, evitando rigidità tipiche dei modelli tradizionali e mantenendo sotto controllo costi e prestazioni.

  4. La sicurezza e la compliance non sono trattate come livelli aggiuntivi, ma come componenti strutturali del servizio. L’infrastruttura è progettata e gestita secondo standard riconosciuti e permette alle aziende di affrontare con serenità normative come GDPR e NIS 2.

Il rapporto diretto con team tecnici altamente specializzati rappresenta un ulteriore fattore decisivo. Supporto continuativo, prossimità geografica e conoscenza profonda delle architetture consentono a CDLAN di affiancare i clienti non solo nella fase di adozione, ma anche nella gestione quotidiana e nell’evoluzione futura del loro Private Cloud.